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Io soffro, tu soffri, egli soffre…

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Quando si parla di abusi spesso si pensa soltanto alla violenza fisica. D’altronde della violenza psicologica, emotiva, non rimane traccia visibile agli altri, soprattutto se sono distratti o rimangono in superficie – in realtà i segni ci sono eccome, solo che bisogna voler vederli, vedere l’altro. Chi ha subito abusi di norma non si ritiene abbastanza autorevole e si affida al giudizio degli altri, così se gli altri non concepiscono la violenza psicologica o la ritengono meno grave anche la vittima finisce per sottovalutarne la gravità. Come del resto avviene durante la violenza stessa: la propria percezione viene cancellata dalla vittima per soffrire meno, dal carnefice per manipolare e annientare.

Ma come facciamo a dire chi soffre di più? Non c’è una graduatoria del dolore, non c’è una sofferenza più valida delle altre o che meriti più attenzioni di altre. Il riconoscimento della propria sofferenza è fondamentale per trovare sollievo e iniziare il percorso di guarigione; ascoltarci è un requisito indispensabile per ascoltare gli altri. Senza una reale aderenza a se stessi è impossibile essere presenti di fronte agli altri.

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