La cura

nenas en parque enredoso

– L’hai fatto per loro? Quando mia figlia ha raggiunto l’età che avevo io allora, mi ha smosso qualcosa e ho deciso di lavorarci sopra.

Le avevo raccontato di questo progetto, Exploradora, e stavamo parlando di figli. Quando parlo di abusi sessuali nell’infanzia so che aiuto a far capire, a chi ne sa poco o nulla, che sono casi assai frequenti e che un giorno quei bambini abusati crescono e devono fare i conti con tante cose dolorose. Ma so, soprattutto, che è assai probabile che abbia come interlocutore proprio una vittima di abusi. Siccome dall’altra parte potrei avere sia una persona consapevole che ci lavora sopra, sia una che si sforza di non aprire certi cassetti e che rischia di scoppiare con una parola fuori luogo, cerco sempre di essere delicata e accogliente, pur con una buona dose di fermezza.

Qualche sera fa ne ho incontrata una consapevole e che si è fatta riconoscere subito. È la prima volta che mi succede ed è stato bello; so che per molti può sembrare strano, dato l’argomento in questione, ma siccome non ci soffermiamo tanto sull’abuso bensì sul processo di guarigione, ogni considerazione è un’ulteriore presa di coscienza e un’occasione di crescita. Con la sua domanda mi ha fatto pensare a come è iniziato il mio percorso: c’erano diversi elementi in gioco, ma in effetti sono state le mie figlie a fare da catalizzatore per occuparmi di me, mettendomi in crisi mille volte e portandomi a pormi tante domande scomode.

Quando stavo per separarmi ho pensato, fra le altre cose: voglio che le bimbe abbiano una mamma che lotta, anche se non riesce a ottenere ciò che vuole; voglio che abbiano come modello una donna che ci prova con tutte le sue forze, che cerca di stare bene. Quando poi ho avuto una storia, sono emerse molte contraddizioni in me e a un certo mi è scoppiato in mano il ricordo degli abusi – non che l’avessi rimosso, ma l’avevo “semplicemente” svuotato di ogni significato e di ogni carica emotiva. Quando ho conosciuto una cara amica e sua figlia, che allora aveva 9 anni, ovvero l’età che avevo io all’epoca dei primi avvicinamenti del pedofilo, ho sentito un brivido, più sotto la pelle che in superficie, che mi ha scossa. E mi sono affezionata tanto a quella bambina, che in fondo ero io. Ma le epifanie più illuminanti e le sensazioni più intense e talvolta dolorose le ho avute nell’ordinaria amministrazione delle piccole e grandi cose che quotidianamente bisognava affrontare con le bimbe: i giochi, le coccole, la fiducia, l’ascolto…

Intendiamoci, quando ero adolescente dicevo che non era il caso di avere figli, “ho già i miei casini da sistemare, figuriamoci se posso occuparmi di un’altra persona”, quindi in effetti intuivo la difficoltà ma non avevo di guardarla in faccia. Anni dopo ho ceduto e ho deciso di avere figli, qualcuno mi ha detto che forse l’ho fatto per trovare un ancoraggio. Come succede a tante donne, ho fatto fatica a gestire la maternità, le paure, i sentimenti contrastanti. Insomma, tutti abbiamo cose da risolvere, su cui lavorare, ma in particolare quelli come me hanno un carico aggiuntivo di conti in sospeso specificamente sulla cura – di sé, degli altri, dei bambini. La maternità mi ricordava che dovevo imparare a prendermi cura di due cucciole e che non sapevo cosa significasse, non avendolo mai fatto su di me.

Avevo parecchie resistenze, molte cose mi risultavano ardue e detestabili dell’essere madre e del dover accudire le bambine. Ma la prima vera svolta avvenne proprio a proposito di qualcosa che mi irritava in particolar modo. Le bimbe volevano sempre che io giocassi con le Barbie insieme a loro e io lo facevo controvoglia, così finivo per annoiarmi subito e non giocavo bene, il gioco finiva per non essere divertente nemmeno per loro. Un giorno ho semplicemente esplicitato le mie preferenze, spiegando che non mi piacciono le bambole, che potevano chiedermi tutte le volte che volevano di fare giochi creativi o di ruolo (teatralizzando ogni cosa), ma le bambole no, ecco. In questo modo non solo ho mandato alle mie figlie un messaggio chiaro (la mamma ha le sue preferenze) e al contempo rassicurante (la mamma non ti vuole meno bene se non ama le stesse cose che ami tu), ma l’ho mandato anche a me: mi sono detta che posso esprimere preferenze, che non devo per forza fare qualcosa che non mi piace. All’inizio loro ci sono rimaste male, ma quando hanno scorto le innumerevoli possibilità ludiche da esplorare insieme mi hanno proposto dei giochi bellissimi, ad esempio fare merenda giocando a Cenerentola – io ero la matrigna, uno spasso! Da quella volta i nodi sono stati molto più facili da sciogliere, ci siamo divertite un mondo con altri giochi e talvolta ho perfino giocato alle bambole.

Purtroppo non facciamo in tempo a trovare una strategia giusta che loro cambiano e tocca spostare tutto, riorganizzare la disposizione delle risorse mentali e rimettersi in discussione in continuazione. I figli cambiano perché crescono, ma cresciamo e cambiamo anche noi. Con la crescita delle mie sono emerse, com’è logico, nuove sfide, soprattutto quelle che riguardano le emozioni. Doppia sfida, visto il mio passato. Ci ho pensato molto quando la più piccola ha avuto problemi a scuola e sono riuscita ad aiutarla puntando molto sull’ascolto e comunicando con lunghi e morbidi abbracci al momento giusto – ovvero quando era talmente in crisi che non riusciva nemmeno a parlare, fosse pure per protestare a vanvera. Ma non tutto si può risolvere con gli abbracci, com’è possibile aiutare i bambini a capire le loro emozioni se prima di tutto dobbiamo capirle noi, le loro e le nostre emozioni? Come arrivare a loro, al loro cuore, come aprirci strada senza essere invadenti e lasciando loro autonomia? Un po’ ho ragionato su queste cose commentando un post di Alessandra Farabegoli sui sensi di colpa delle mamme, sull’attenzione e le cure che richiedono i figli. Poi, per vie traverse, sono arrivata a una piccola scoperta.

Qualche tempo fa ero via in treno, volevo leggere ma non cose lunghe, visto che il viaggio non durava tanto, quindi ho scelto Alla ricerca del lessico perduto, di Daniele Petruccioli – non ricordavo  più quando l’avevo messo sul Kindle, già trovarlo è stata una bella sorpresa! L’articolo parla di traduzione letteraria, della difficoltà di fare sgorgare il linguaggio giusto, di lessico famigliare, di ascolto profondo. Giunta a metà del testo, dove si parla di com’è nato lo “stile Saramago” ho cominciato a sentire che c’era qualcosa lì; poi quando sono arrivata alla questione della lingua madre è stato tutto chiaro e ho trovato un parallelismo con la maternità, anzi con il nostro modo di relazionarci con i figli.

Un traduttore letterario è un mediatore che porta un testo da una cultura a un’altra. Deve trovare il modo di riscrivere il testo in un’altra lingua, mantenendo però la spinta che ha fatto muovere l’autore, la sensazione che provoca in chi lo legge. Credo che un genitore faccia qualcosa di simile. Non trasforma un figlio da bambino in uomo, da creatura di casa a cittadino del mondo, bensì lo aiuta a viaggiare dalla dimensione individuale a quella delle relazioni, della collettività, della vita in società. La materia prima del traduttore sono le parole, la lingua – con forti radici nelle emozioni, come ben spiega Petruccioli. Quali sono le materie prime di un genitore? Le emozioni. Come dicevo ad Alessandra, per la logistica (cibo, vestiti, pulizia di casa) basta un/una colf, per i compiti potrebbe bastare anche una brava babysitter, per il sostegno emotivo non è possibile delegare, ci vuole una figura genitoriale di riferimento, chiaramente identificabile e presente. Ma la mamma, o il genitore in generale, non è un essere mitologico fatto di marmo, con emozioni unicamente positive e chiare, anzi oltre a essere fatto di infinite emozioni anche contraddittorie, è pure ambiguo – a se stesso prima ancora che agli altri.

Dice Petruccioli:

Se è vero che il mio idioletto, il mio rapporto con la lingua, si compone di tante voci stratificate, e se è vero che questo mio modo personale di vivere e abitare la lingua si incontra e scontra, nella storia della mia vita, con quelli degli altri o di altri gruppi che possono modificarlo o rafforzarne le particolarità, farlo entrare in crisi o al contrario instillargli l’orgoglio della sua diversità, allora è vero anche che quella che chiamo la mia lingua madre si compone non solo di tanti linguaggi, di tante voci, ma anche di tante distanze diverse a cui queste voci possono posizionarsi rispetto a me. Da questo punto di vista, dal punto di vista dei linguaggi, delle voci, non esiste un soggetto parlante monolingue. È un’astrazione.

[…] Se parto dall’impiego di parole che suonano calde al mio orecchio, sarà più facile, per me traduttore, evocare voci la cui manipolazione in senso creativo mi serve come il pane se voglio tradurre qualcosa di più delle parole di un testo, perché mi rende in grado di pormi alla stessa distanza o vicinanza dallo standard che annuso, per così dire, nell’originale, ma questa volta all’interno del sistema di arrivo. La manipolazione creativa di queste voci antiche, cioè, mi metterà in condizione, almeno secondo la mia esperienza, di accordare il mio orecchio al pulsare della lingua, della lingua comune stavolta, e di poter ritrovare così quelle cellule ritmiche di cui ho estremo bisogno. A questo mi serve sapermi tuffare in modo consapevole nelle memorie linguistiche.

Provate a cambiare i termini parole/lingua/linguaggi con emozioni e vedrete come si apre davanti a voi una distesa di infinite possibilità di crescita, per voi e per i vostri figli. Mi spiego: se capissimo e accettassimo che siamo essere complessi, fatti di speranza e di paura, capaci di amore come di rancore, le nostre aspettative nei nostri confronti, e nei confronti dei nostri figli, cambierebbero subito. Siamo umani, insomma, sembra che continuiamo a dimenticarlo. Siamo frutto di esperienze di ogni genere, possiamo farne quel che vogliamo con un arduo lavoro interno, ma nulla ci toglierà il nostro vissuto, che ha segnato il nostro percorso (soprattutto) dalla prima infanzia. Cosa resta, quindi, delle emozioni che abbiamo provato quando non eravamo ancora genitori? Perché mai dovremmo essere così diversi ora che abbiamo figli e avere pure la capacità di gestire alla perfezione i momenti di smarrimento dei nostri pargoli? Siamo davvero in grado di risolvere i nostri smarrimenti? Guardiamoci allo specchio e rivediamo, dunque, le emozioni che abbiamo ricevuto, quali abbiamo conservato, quali ci sono di intralcio, quali invece ci aiutano ad ascoltare meglio i nostri figli e a dare risposte più vicine a loro – in fondo più vicine a noi stessi. Molte delle cose che abbiamo provato noi, in fondo, le provano anche loro. Forse per questo talvolta ci costa capirli: sono un promemoria di ciò che è stato in noi (e che spesso c’è ancora), e non sempre è bello. E non è necessario aver subito abusi sessuali nell’infanzia per avere conti in sospeso con le emozioni.

[…] non c’è niente di più pericoloso di un traduttore che creda di poter riempire i propri vuoti di comprensione con i troppo pieni del proprio ego. D’altra parte, però, se non si trovano i punti di risonanza immediata fra esecutore e testo da eseguire, l’esecuzione potrebbe risultare un po’ scolastica. Glenn Gould non suonava tutto, e non suonava niente come Bach. Anche noi traduttori, credo, dobbiamo imparare a non tradurre tutto, e a trovare quali punti del testo facciano vibrare meglio le nostre corde.

Ecco, questo riporta alla mia esperienza di gioco con le bambole a all’accettare (e dire) che non tutto fa vibrare le mie corde, non tutto so fare bene, non tutto mi garba. Dovremmo avere l’umiltà di ammettere che siamo imperfetti e incompleti, che molte cose non le sappiamo, che molte cose le dobbiamo imparare strada facendo, che non saremo in grado di affrontare ogni situazione con determinazione e convinzione: a volte dovremo cercare di capire che cosa ci mette a disagio o chiedere aiuto. Prenderci cura di una persona ancora più incompleta di noi è impegnativo e ci chiede di mettere in campo tutte le nostre risorse emotive. Quando emergono resistenze spesso è sintomo di qualcosa da risolvere in profondità: noi abbiamo gli strumenti per farlo, i bambini no.

Grazie all’incontro con una donna speciale, che mi chiedeva se avevo avviato questo progetto per le mie figlie, ho potuto recuperare gli appunti sparsi accumulati negli ultimi mesi e li ho messi un po’ in ordine. E concludere che in realtà non l’ho fatto per loro, l’ho fatto per me, ma loro sono state la benzina che mi ha fatto andare avanti in momenti cupi, loro mi hanno spinta a riconsiderare ogni mia convinzione mille volte, loro mi hanno chiesto risorse che non sapevo neanche di avere e le ho trovate, loro mi hanno costretta a scavare nelle mie emozioni antiche di bambina per poter dialogare con le loro emozioni. Tutto questo perché ho voluto prendermi cura di loro, davvero.

Sì, ho fatto un giro lungo, ma d’altronde crescere un figlio è un giro piuttosto lungo.

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